C'era una volta

In che cosa ti aiuta una favola? Ci sono situazioni in cui avresti bisogno di qualche cosa di nuovo, di una idea particolare che ti aiuti con il tuo bambino.

Per esempio quando il tuo bambino non vuole dormire o mangiare;
oppure vorrebbe dormire o mangiare ma sei tu a non volerlo;
o ancora è agitato e vuoi calmarlo o distrarlo.
Altre volte il tuo bambino si trova di fronte a problemi che possono essere difficili da affrontare:
ha poca voglia o ha paura di giocare con i suoi amici; è triste perché una persona per lui speciale è andata via dopo un bellissimo pomeriggio passato insieme; ha litigato con qualcuno.
Altre volte ancora vivi con il tuo bambino situazioni normali, fantasiose o semplicemente noiose:
il risveglio alla mattina; il gioco con peluche e bambolotti; una giornata chiusi in casa per il brutto tempo.

Il pizzico di magia di una fiaba può essere importante, un canale particolare che affascina, colpisce, conquista il tuo bambino e che ti permette di parlare con lui in modo diverso dal solito.

 

L'INCANTESIMO DEL RICCIO


Passeggiando ai giardini, per caso, Marco aveva dato un calcio a una piccola strana palla marrone spinosa. Credeva fosse il guscio di una castagna appena caduta dall'albero, non sapeva che si trattava di un riccio. Irritato per esser stato svegliato in maniera tanto villana un'altra volta (quel giorno era già successo), il riccio decise che il colpevole sarebbe stato punito. E così fece una piccola magia...

Colpevole di quell'aggressione, da quel momento Marco cominciò a comportarsi in modo davvero strano. Irrequieto, cominciò a muoversi in maniera disordinata: appena seduto ecco lo vedevi scattare in una improvvisa sfrenata corsa, ora dava calci ai sassi che circondavano il laghetto dei cigni, un'altra barcollava come stesse camminando sull'asse d'equilibrio...

La gente intorno lo guardava preoccupata. "Cosa gli è successo? Bisogna chiamare un medico, perché quel bambino sta male! Forse è impazzito!" - mormorava. Anche Marco era spaventato: lui non avrebbe voluto fare tutti quei gesti, non intendeva comportarsi in quello strano modo. Lo gridava a quella gente attorno e supplicava: "Aiutatemi, per favore! Aiutatemi!"
Qualcuno, convinto che un po' d'acqua fredda lo avrebbe calmato, gli rovesciò addosso un secchio d'acqua. Però il ragazzo, pur grondante d'acqua, continuava a saltare.
Un signore cercò di prenderlo tra le braccia per farlo sedere sulla panchina, convinto che, una volta che avesse alzato i piedi da terra, Marco non avrebbe più agitato le gambe in quella maniera scomposta. Ma ricevette così tante pedate che, infuriato, desistette dal proposito e, lasciando all'improvviso la presa, fece cadere a terra il povero Marco.

Un bimbo che aveva visto tutto suggerì: "Togli le scarpe, forse sono loro le colpevoli di questo brutto scherzo!" Tutti risero: "Figurarsi se sono le scarpe! È il ragazzo che è cattivo, dispettoso, manesco e maleducato!"
Marco invece era disperato e le avrebbe provate tutte pur di uscire da quella penosa situazione. Prova in un modo, prova nell'altro, alla fine riuscì a togliere le scarpe... e d'incanto quel tormento finì.
Si sedette sfinito sulla panchina. Cosa mai gli era successo? "Ti ho visto dare un calcio a quel riccio - gli disse il bimbo che aveva risolto il problema di Marco - i ricci sono permalosi e non accettano i dispetti. Certamente hai subito una sua magia!"- concluse.
Magia o no, da quel giorno Marco si guarda bene dal dare calci a qualsiasi cosa incontri sulla sua strada: non desidera subire un altro incantesimo!

 

L'ELEFANTINO JUMBO


Aveva saltato, cantato, scherzato, giocato tutto il giorno. Ora era stanchissimo.
Avrebbe tanto voluto ascoltare ancora a lungo la mamma, che gli stava raccontando una storia bellissima. Ma, nonostante tutti gli sforzi per tenere aperti gli occhi, l'elefantino Jumbo ... cadde addormentato sul suo morbido e fresco letto di foglie.
Quella sera la Fata dei Sogni, sua amica, aveva deciso di fargli un regalo speciale: voleva prolungare la gioia di quella giornata ricca di emozioni e di incontri felici.
"Cosa può desiderare Jumbo?" pensava.
"Correre e saltare? NOOO! Aveva tanto corso e saltato quel giorno!"
"Cantare? NOOO! Aveva tanto cantato insieme ai suoi amici e aveva anche inventato una bella canzoncina insieme a loro!"
 "Scherzare o giocare ai soliti giochi? NOOO! Proprio quel pomeriggio, sotto i raggi caldi del sole, aveva giocato e scherzato sulla riva del laghetto azzurro spruzzando con la sua proboscide gli amici elefantini!"
Pensa e ripensa, alla Fata dei Sogni venne un'idea: avrebbe insegnato all'elefantino Jumbo a... volare!
"A VO-LA-RE ?" direte voi! Sì, proprio a volare!
La Fata dei Sogni si avvicinò a Jumbo e nell'orecchio gli sussurrò: "Muovi velocemente i tuoi grandi orecchi e vedrai ..."
E Jumbo dapprima si sentì leggero leggero, poi sentì che il suo corpo si alzava nell'aria della notte, e quindi provò l'ebbrezza di lasciarsi cullare dal vento!
E sì! Non c'erano dubbi: Jumbo VO-LA-VA!
"VO-LA-VA!"...
Volava su e giù nell'azzurro del cielo, felice e leggero proprio come quegli uccellini suoi amici che durante il giorno, stanchi dopo i lunghi giri nell'aria, si appollaiavano sul suo dorso per riposare un po'.
Volare: un'emozione stupenda che durò la notte intera!

Debussy: Jumbo's Lullaby - Ariele al pianoforte.

Stanco e felice, Jumbo riaprì gli occhi. ... era di nuovo nel suo comodo lettino di foglie! La mamma era accanto a lui, pronta ad ascoltare la sua bella avventura.

NOTE:
Le parole in rosso potrebbero essere urlate da un gruppo di bambini (Ariele, Federica, M.Sofia, Valentino, Rocco, Klaus, Giovanni ... oppure il Minicoro!), tutti in scena per ascoltare la storia.
Oppure il Minicoro sul palco e il nostro gruppo di ragazzi da un palchetto ...

(di MARVI)

 

BIANCABELLA

Tratto da "Le piacevoli notti" di G. F. Straparola


Regnava tempo fa in Monferrato, un marchese ricco e potente di nome Lamberico: non aveva figli, ma li desiderava molto. Un giorno la marchesa, sua sposa, se ne andò a passeggiare nel proprio giardino e, vinta dal sonno, si addormentò ai piedi di un albero. Mentre lei stava dormendo, una piccola biscia le si accostò e, attorcigliandosi ad una caviglia, se ne andò sotto i suoi panni, senza che ella sentisse alcuna cosa.
Non passò molto tempo che la marchesa, con non piccolo piacere del marchese, restò incinta, ma dal parto uscì una bimba con una biscia che le girava al collo per tre volte. A tale vista le allevatrici si spaventarono molto, ma la biscia, senza alcun offesa, si snodò dal collo e se ne andò strisciando nel giardino. La bimba venne pulita, abbellita e avvolta in bianchi panni, ma, a poco a poco, sul suo collo cominciò a intravedersi una collana d'oro sottilmente lavorata, bella e, tra carne e pelle, trasparente come finissimo cristallo, tante volte attorno al collo quante lo aveva cinto la biscia.
La fanciulla, a cui per la bellezza fu posto il nome di Biancabella, crebbe in virtù e splendore.

Divenuta grande, Biancabella si affacciò un giorno al balcone e vide un giardino pieno di fiori. Subito chiese alla balia che posto fosse. La balia le rispose che quello era il giardino di sua madre nel quale lei alle volte passeggiava.
- E' la più bella cosa che io abbia mai visto - disse la fanciulla - e vi andrei molto volentieri -.
Così la balia la portò nel giardino e, postasi sotto un albero a dormire, la lasciò libera. Biancabella si invaghì di quel luogo e andava di qua e di là a raccogliere fiori; poi, stanca, si pose all'ombra di un albero. Non si era ancora seduta che una biscia sopraggiunse e le si accostò. Biancabella si spaventò molto, voleva gridare.
- Non temere! - disse la biscia - non aver paura, perché io ti sono sorella. Io nacqui assieme a te e mi chiamo Samaritana, e se mi terrai come tua consigliera e obbedirai a ciò che ti comanderò sarai per sempre felice -.
- Dimmi, che devo fare? - chiese Biancabella.
- Va' e domani fa porre nel giardino due vasi: uno colmo di latte e l'altro pieno di acqua di rose e aspettami lì da sola -.

Il giorno seguente, Biancabella era in camera con sua madre, che, vedendola piena di malinconia, le domandò:
- Cos'hai, figliola mia, da essere così triste? -.
Subito lei le chiese quello che le fu comandato dalla biscia.
- E per una cosa così piccola tu ti rammarichi? - disse la madre. - Non sai che qui ogni cosa è tua? - e ordinò che fossero preparati i due vasi, come aveva chiesto la figlia.
Poi, Biancabella se ne andò da sola nel giardino. Non si era ancora seduta che la biscia le era già vicino. Subito le ordinò di spogliarsi, di entrare nel vaso pieno di latte e lì la lavò da capo ai piedi. Dopo averla fatta immergere nell'acqua di rose, le ordinò di rivestirsi e di non fare parola con nessuno della cosa, e di chiamarla nel caso avesse dovuto prendere decisioni. Dette queste cose, se ne andò.
Biancabella tornò in casa. E la madre, vedendola ancor più graziosa e bella, le domandò se le fosse accaduto qualche cosa.
- Non saprei - rispose la fanciulla. La madre, vedendola in disordine, aveva cominciato a pettinarla, ma ad ogni passata di pettine, perle e gioie preziose cadevano dal capo e, a lavarle le mani, cascavano rose, viole e ogni sorta di fiori profumati. Tale fu lo stupore della marchesa, che, per le sue esclamazioni, accorse Lamberico il quale, di fronte a tanta bellezza e splendore, giudicò non esserci al mondo un uomo degno di sposarla.

La rara e immortale bellezza di Biancabella si era appena risaputa per tutti i regni, che già re, principi e nobili aspiravano alla sua mano. Ma nessuno di loro aveva tanta virtù da poterla conquistare. Finalmente arrivò Ferrandino, re di Napoli, il cui nome risplendeva come il sole tra le stelle, e, recatosi innanzi al marchese, gli domandò la figlia in moglie. Il marchese, vedendolo bello, nobile, ricco e potente, concluse immediatamente le nozze e chiamò la figliola. Al solo vederlo, Biancabella se ne innamorò tanto che dimenticò ogni cosa. E finita la cerimonia, Ferrandino se la portò a Napoli.

Viveva nella reggia napoletana la sua matrigna, con due figlie sozze e brutte; da sempre la donna aveva desiderato il matrimonio tra il giovane re e una di loro, ma ora, giunta la sposa, pur fingendo di amarla e di averla in cura, accese in sé tanta ira contro di lei.
Accadde che il re di Tunisi volle far guerra a Ferrandino, e questi, raccomandata Biancabella alla matrigna, prese le armi e se ne partì alla testa del suo esercito. Non passarono molti giorni che la matrigna decise di far morire Biancabella e, chiamati certi suoi servi, ordinò loro di partire con lei per qualche posto lontano, di ucciderla, e di portarle un segno della sua morte.
Così, fingendo di scortarla per una passeggiata, i servi condussero Biancabella in un bosco; già si preparavano ad ucciderla, ma vedendola così bella, ebbero pietà e, tagliate le mani e cavati gli occhi, come prova della sua morte, se ne andarono lasciandola lì.
Soddisfatta, la matrigna seminò per tutto il regno la notizia che la sposa, addolorata dalla partenza del re, si era gravemente ammalata, e che le sue due figlie, contagiate dallo stesso malanno, non avendo resistito, erano morte; ma lei una la nascose e l'altra la mise nel letto della regina, a fingere di essere Biancabella.

Sconfitto l'esercito nemico, Ferrandino tornò a casa trionfante e, credendo di trovare la sua diletta sposa ancor più bella e felice, rimase stupefatto nel vederla a letto irriconoscibile, magra e deperita. Non credeva ai suoi occhi e ordinò alle ancelle di pettinarla, e vide che, invece di gemme e gioie preziose, cadevano grossissimi pidocchi. Allora le fece lavar le mani, ma invece di rose e fiori profumati scendeva una lordura e un sudiciume che stomacava chi le stava appresso. E la matrigna lo confortava, dicendogli che questi erano gli effetti di una pronta guarigione.

La povera Biancabella, invece, era ormai da molti giorni nel bosco e chiamava e richiamava la sorella Samaritana. Nulla. Nessuno le rispondeva se non il risuonare dell'eco.
E, sentendosi sempre più povera e misera, disse nel proprio intimo: - Che sto a fare io al mondo, priva degli occhi, delle mani e di una presenza amica? - e, senza più speranza, colta nell'animo da una violenta disperazione, desiderò la morte e raggiunse il corso d'acqua, che udiva scorrere poco lontano.
Stava già sulla riva pronta a tuffarsi quando una voce gridò: - No! non farlo! - e dolcemente aggiunse. - Riserva la tua vita a un fine migliore -.
A Biancabella parve di conoscere quella voce e chiese: - Chi sei tu che te ne vai per questi luoghi sperduti? -.
- Io sono - rispose la voce - Samaritana, tua sorella, che hai chiamato tanto insistentemente -.
Subito Biancabella l'interruppe: - Ah! sorella mia, aiutami ti prego e, se non ho seguito il tuo consiglio, ti chiedo perdono, poiché è stato il travolgente amore per Ferrandino a far sì che mi dimenticassi dell'obbedienza che ti promisi! -.
Di fronte a tanta sincerità e vedendola così disgraziatamente ridotta, Samaritana ebbe compassione e poggiando esili fronde di bosco sui moncherini, spalmati di erbe virtuose, ecco che fece ricomparire le mani, e ponendo nelle cavità, assieme alle meravigliose erbe, due boccioli, ecco che fece scintillare due splendidi occhi. Biancabella vide di nuovo e, piena di sorpresa, si trovò innanzi una bellissima giovane: era Samaritana che aveva deposta la pelle di biscia.

Felici di essersi ritrovate, le giovani passarono molto tempo assieme per i boschi. Biancabella raccontò la sua storia alla sorella, la quale le promise che presto si sarebbe ricongiunta al suo sposo. Una sera giunsero a Napoli. Nella città del vulcano, le due giovani presero alloggio nel palazzo di fronte alla reggia, che da tempo era disabitato.
La mattina seguente il re si affacciò, come di consueto, alla finestra e, vedendo il palazzo di fronte lustro e splendente come non mai, e con tutte le finestre aperte, rimase stupefatto e non poco incuriosito. Chiese allora alla moglie e alla matrigna se qualche nobile forestiero lo avesse preso a dimora, ma le donne non seppero rispondere. Già da qualche ora Ferrandino stava a contemplare il palazzo, quando scorse in una camera due giovani che per bellezza facevano invidia al sole.
Gli venne un irresistibile desiderio di conoscerle e le chiamò: - Ehi! gentili damigelle, lo sapete che abitate nel più bel palazzo della città? -.
- Dopo il vostro, sire - precisarono le giovani-.
- No, vi sbagliate, poiché da quando è da voi abitato è diventato il primo -.
Esse sorrisero e il re riprese: - Io lo ricordo bene, ma chissà quanto è bello ora -. Le giovani non si lasciarono sfuggire l'occasione e invitarono il re a visitare il palazzo.

Biancabella e Samaritana mostrarono a Ferrandino le sale spaziose e ben ornate, le ampie logge e le grandi scalinate del palazzo. Giunti però al giardino, Samaritana trovò una scusa e lasciò i due sposi proseguire tra siepi e gran varietà di piante e di fiori. Ferrandino raccontava, appassionato, le sue imprese guerresche e di caccia. Biancabella ascoltava intensamente o rideva per i fatti buffi e bizzarri, e sospirava sapendo che lì c'era il suo amato sposo, ma che con il pensiero lui era lontano.
Ad un tratto, Ferrandino ricordò la sua sposa, e raccontò come una volta risplendesse bella e meravigliosa, ma che, al proprio ritorno da una guerra, la avesse trovata grigia e imbruttita. Poi ricordò quando appena sposati lei amava girare per i giardini a raccogliere rose e, intristito da tal memoria, reclinò il capo e vide per terra un'abbondanza di fiori. Biancabella stava piangendo e dalle sue mani bagnate di lacrime cadevano rose e viole.
Ferrandino rimase esterrefatto, non credeva ai suoi occhi. Subito Biancabella si presentò e narrò della matrigna e delle sue malvagità e quante ne avesse subite. Allora lui passò le mani tra i suoi capelli da cui caddero le gioie, vide la sottile collana d'oro, che tra carne e pelle traspariva come cristallo, e, piangendo, teneramente la baciò.
Lo stesso giorno ci fu un gran pranzo e grandi festeggiamenti a cui fu invitata la città intera. Mancavano solo la matrigna e le sue due figlie, poiché aspettavano di essere infornate nella bocca del vulcano.

 

IL CESTINO MAGICO


Uccellini che cantavano tutto il giorno, lepri che correvano zigzagando nei prati, caprioli agili, picchi laboriosi, scoiattoli graziosi, e tanti altri animali vivevano nel bosco. Con loro viveva anche Mago Gentile, che li conosceva così bene da parlare perfino la loro lingua! Mago Gentile era amico di tutti, tranne che di un lupo che si aggirava nei paraggi. Quel lupo era sempre affamato e pertanto era aggressivo e pericoloso.

Mago Gentile andava tutti i giorni nel bosco a volte per raccogliere funghi e frutti di bosco, a volte solo per incontrare i suoi amici animali. Quel pomeriggio si avviò sul sentiero che portava nel prato dove crescevano i funghi porcini, perché a cena voleva mangiare una bella fetta di polenta con contorno di funghi
La raccolta prometteva bene : in poco tempo aveva trovato profumatissime fragoline, rossi lamponi e succosi mirtilli.
Quando poi giunse nella radura dove crescevano i funghi, trovò tanti bei porcini con i quali, in un attimo, riempì il cestino. Era proprio soddisfatto.
Non aveva più ragione di trattenersi ancora, pertanto si avviò sulla strada del ritorno. All'improvviso, minaccioso e terribile il lupo gli sbarrò la strada!
Spaventato, Mago Gentile cercò di scappare. Ma il lupo, agilissimo, stava per prenderlo. Il mago allora si trasformò in un fiore. Il lupo però, che aveva assistito alla magia, sapeva che prima o poi quel fiore si sarebbe trasformato di nuovo in Mago Gentile e attese.

L'attesa si era fatta lunga: il lupo si addormentò. Mago Gentile allora riprese la sua forma umana: sperava di riuscire a tornare a casa prima che il lupo si accorgesse della sua fuga. Ma il lupo, affamato com'era, aveva il sonno leggero e si svegliò quasi subito.
Mago Gentile lo sentì sbadigliare rumorosamente e capì che il lupo si era svegliato. La sua casa era ancora troppo lontana per sperare di trovarvi rifugio prima che il lupo lo raggiungesse. Però non voleva più trasformarsi in un fiore, perché non avrebbe potuto più muoversi da lì per chissà quanto tempo...
Pensa e ripensa... Ecco la soluzione: con una formula magica, che solo lui conosceva, si rese... invisibile. E, invisibile a tutti, riprese il cammino.

Mago Gentile però è un gran distratto. Quella volta, per non aver riflettuto bene su quello che stava facendo, si dimenticò di rendere invisibile anche il cesto!
Per fortuna che il lupo, il quale col suo fine olfatto aveva già rintracciato Mago Gentile, nel vedere invece del mago... un cestino colmo di frutti di bosco e di funghi che dondolava sospeso nell'aria... si spaventò e scappò lontano deciso a non tornare mai più in quel bosco pieno di magie!

Tu invece, ora che lo sai, non spaventarti se un giorno, passeggiando nel bosco, vedrai un cestino dondolare sospeso a mezz'aria: sarà senz'altro quello sbadato di Mago Gentile che, per passeggiare in incognito, ancora una volta avrà dimenticato di rendere invisibile anche il suo cestino!

(di MARVI)



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